sabato 17 gennaio 2015

Il Galatino anno XLVIII n°1 del 16 gennaio 2015

Così lontani, così vicini?

Siamo in grado di raccontarVi la puntata di "Così lontani, così vicini" con Albano Carrisi e Paola Perego, registrata e non mandata in onda.
Come qualcuno sa, il format televisivo si occupa di persone - amici o parenti - separate da lungo tempo, una delle quali abbia desiderio di ritrovare i suoi cari distanti o mai conosciuti.
Nella puntata che sveliamo il protagonista è Popolo Italiano, un bravo ragazzo strappato in giovanissima età dalle braccia affettuose di Madre Democrazia e cresciuto in una fredda casa-famiglia di nome Regno d'Italia, poi Repubblica Italiana.
Il piccolo, diventato adulto, non ha mai dimenticato l'amore materno, pur se tanto remoto nei ricordi infantili, e si affida alle ricerche dei due presentatori televisivi.
Invano: mamma Democrazia non si trova. Forse la povera donna è vittima di lupara bianca, di quel patto Stato-Mafia che governa il Paese dal 1860.
Converrà provare a "Chi l'ha visto?".

sabato 13 dicembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 21 del 19 dicembre 2014

Aspettando godrò

Uno dei pochi attributi positivi dell’invecchiare – ma non è detto che ogni persona avanti con gli anni ne sia dotata – è quello della sintesi, la facoltà quasi sovrannaturale di prevedere l’esito di più avvenimenti in apparenza slegati tra loro da una sequenza logica. Non è precognizione ma semplice esperienza acquisita col tempo. Più rara è l’attitudine innata di quello che, avendo ben chiaro il disegno del mosaico, sia poi in grado d’indicarlo a chi invece riesce con fatica ad individuarne una sola singola tessera. Rem tene, verba sequentur: proposito lontano anche per chi scrive queste righe. Chiedo venia per questa mia incapacità di comunicare con chiarezza.
Molti anni fa Gianni Agnelli, uomo che ha goduto di immeritata venerazione grazie alla piaggeria stucchevole del giornalismo italiano, prono allora come oggi ai “potenti”, tali senza merito personale, affermava che i tempi futuri – quelli che vediamo – avrebbero visto il progressivo restringersi delle libertà individuali, in favore di un non meglio definito “nuovo ordine mondiale”. Laddove “ordine” debba intendersi anche e soprattutto “mercato”.
Che questo superiore obiettivo sia stato deciso non dalla espressione della volontà popolare, ma da un esiguo numero di gruppi economici privati supernazionali ed autoreferenziali uniti da interessi fortissimi, è affermazione tanto palese da non meritare prove a suffragio per non scadere nella tautologia. Mi pare che ognuno di noi sia consapevole di essere governato da persone non scelte con esercizio di democrazia, in misura più evidente via via che si salga nella piramide istituzionale. Mi sento distante dal presidente della mia provincia – che non ho potuto eleggere direttamente – quasi quanto da quello di un ente finanziario privato (è bene ricordarlo) quale la BCE che ha abbattuto ed imposto gli ultimi  governi di questa sedicente repubblica, primo esempio al mondo di un popolo esautorato nella sua sovranità da una banca. Detto in parole semplici: il cittadino non conta più nulla. Concetto che è l’esatto contrario di quell’ideale di società partorito dall’umanesimo rinascimentale, ben rappresentato in arte dal leonardesco “Uomo vitruviano”.

Consola la certezza che vi è sempre un aspetto positivo in ogni cambiamento epocale, maggiormente in quello che stiamo vivendo. E questo è, a mio avviso, nella disintegrazione progressiva ed inarrestabile dell’unità artificiosa che tiene insieme nazioni diverse per storia e cultura, unione in cui una parte soccombe da un secolo e mezzo in favore dell’altra. “Aspettando godrò” che il processo sia compiuto, perché poi si possa ricostruire il nostro Stato Meridionale ab imis fundamentis.

sabato 6 dicembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 20 del 5 dicembre 2014

Ultime dal fronte

Domenica pomeriggio dopo una settimana di lavoro intenso: ho davanti a me la pagina bianca di “Word”, mentre il Direttore aspetta con una commovente, mal riposta fiducia, il consueto pezzullo che avrei dovuto inviare già venerdì. Il termine perentorio è tacitamente ma infruttuosamente slittato al sabato, ed ora eccomi qua senza un barlume di idea.
Scartato il tema “politica locale”, argomento che altri hanno a cuore e sviscerano con maggior cura, dovizia di particolari e soprattutto robustezza di stomaco, non resta allora che occuparsi della parabola discendente del Masaniello contemporaneo: quello che una figura retorica di facile effetto detta paronomasia, descrive come precipitato in questi giorni dalle 5 stelle alle 5 stalle (e così abbiamo dimostrato anche di saper consultare Wikipedia). Al qual personaggio dedicammo qualche tempo fa una nostra poesiola, poi copiata e stravolta da altri con effetto grottesco. Transeat.
Il comico-ortottero ha creato e guidato sinora con piglio dittatoriale – e menomale che vorrebbe rappresentare la vera democrazia – un movimento nato alternativo al regime dei partiti. Ma, come il Masaniello originario che, cooptato a palazzo per sedare la rivolta popolare da lui capeggiata, poi assunse i vezzi e le follie dei nobili che voleva esautorare, anche questo suo moderno epigono genovese mal reagisce alle critiche della sua stessa base. Proprio vero che il potere dà alla testa. Dopo le epurazioni dei parlamentari ribelli alla rigida disciplina del movimento (persino il parlare con i giornalisti è sottoposto a permesso), ora Grillo annuncia il ritiro ed affida la sua creatura politica ad un direttorio ristretto di “fedelissimi”, una specie di guardia d’onore del “capo”.

Non mi illudevo che la novità politica degli ultimi anni potesse scardinare il sistema, anzi la vicenda mi rafforza nella mia idea che il riscatto del nostro Meridione non possa passare per vie istituzionali.

sabato 29 novembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 19 del 28 novembre 2014

Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’Arno

Le ultime intercettazioni giudiziarie scoprono che i nuovi affiliati giurano fedeltà alla ‘ndrangheta sui nomi di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, guappi della retorica risorgimentale e miti onnipresenti della toponomastica, insieme a Vittorio il vittorioso. E – notizia in apparenza scollegata – in questi stessi giorni il premier dall’insuperato Q.I., ovvero quoziente d’inaffidabilità, viene in visita pastorale in Terronia (e già, scende a tosare il suo gregge) ed afferma senza ombra di rossore in viso che il Meridione, dall’unità, ha subito danni incalcolabili. Apprendiamo con stupore questa “inedita” rivelazione, dalla stessa persona che in consiglio dei ministri destina il 90% e più dei fondi alle regioni settentrionali e che col famigerato decreto “Sblocca-Italia” concede alle multinazionali padane e straniere il definitivo via libera alle devastazioni petrolifere nel Sud, dove notoriamente non esiste inquinamento e si defunge di morte naturale in tarda età. La provenienza del giovanotto dal “Grandu’ato” dove visse e scrisse il Machiavelli, è indizio oggettivo del modus operandi e soprattutto governandi.

L’incongruenza tra ciò che annuncia e ciò che fa lo “statista” di Rignano sull’Arno mi esime dall’onere della prova di quanto dico, e cioè che non c’è iato nella politica nazionale nei confronti del nostro Sud: si continua oggi, similmente a 154 anni fa, a sfruttare e trasferire risorse umane ed economiche dal meridione alla tosco-padana. Ora, che la mafia – inesistente prima dell’unità, come affermava tra gli altri il povero giudice Chinnici –  e lo stato (comatoso) siano scesi a patti con reciproco vantaggio dal 1860 in poi, è cosa nota a molti. Anche a quelli che non hanno avuto accesso alle telefonate quirinalizie. Che questa entente cordiale sia la fonte battesimale delle fortune nordiste e dei problemi “sudici”, lo sanno ancora in troppo pochi. L’ignoranza (in senso etimologico) della nostra storia alimenta il potere del fascio dei partiti nazionali, nessuno escluso, e quindi è causa della nostra debolezza.

sabato 15 novembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 18 del 14 Novembre 2014

Vau de pressa*

Raccontano che una sera di alcuni anni fa, in un’autostrada urbana del nostro hinterland, teatro – come numerose altre – di improvvisate gare per auto e moto di serie, il rampollo di una nobile casata del luogo, giovenilmente vezzeggiando, andasse a stampagnare la propria utilitaria da 50.000 euro contro un palo dell’illuminazione pubblica, troncandolo di netto alla base e provocando un oscuramento del quartiere stile coprifuoco di guerra.
Dicono pure che, ancora fumanti gli airbag del veicolo proletario, si materializzasse un carro-attrezzi per rimuovere tanto i rottami dell’auto quanto i resti del lampione, mai più sostituito. E che il mattino seguente nulla restasse della gioconda collisione, neanche il buco nel marciapiede, alacremente riparato dagli gnomi, vulgo sciacuddhi.
Dimenticato in frettissima l’episodio, però gli abitanti del quartiere chiesero a gran voce che l’amministrazione ponesse rimedio con dei rallentatori a queste – non troppo gradite, per l’incolumità dei bambini e dei loro parenti – esibizioni virili di potenza, velocità ed abilità di guida. Corredando l’istanza con l’ampia casistica di incidenti accaduti o solo sfiorati.
Con i tempi fulminei della burocrazia, arriva dopo quasi un lustro la risposta del palazzo: si pongono in opera dei magnifici, colorati dossi “a segmento”, ingentiliti da una fighissima pista ciclabile che (mirabile coerenza) corre lungo i passi carrabili delle abitazioni del quartiere. Risultato: le corse si continuano a fare, di notte e di giorno, zigzagando con perizia rallystica tra i rallentatori. Si aggiunga che a pochi metri di distanza, ad un incrocio di scarsa visibilità, un segnale di stop risalente all’alto Medioevo vivacchia seminascosto dietro un grosso palo, forse scurnandosi della propria inutilità e vedovo della compianta segnaletica orizzontale.
Questo narrano gli abitanti di quella landa lontana (dal palazzo), questo Vi raccontiamo a mo’ di esempio. Fabula docet: noi di stirpe greca discepoli della logica aristotelica, noi che a quella uniformiamo idea e prassi, rileviamo pure che esiste un pensiero debole, un universo parallelo ed antitetico al nostro, che scandisce ritmi e modi della pubblica amministrazione.



* Per i non Salentini: vado di fretta 

sabato 1 novembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 17 del 31 Ottobre 2014

In articulo mortis

Luogo e tempo dei fatti: periferia galatinese, abitazione di edilizia popolare, qualche settimana fa. Una famiglia sta preparando all’ultimo viaggio un’anziana congiunta, con la maggiore dignità possibile. Gli operatori del 118, secondo etica professionale, assistono psicologicamente i parenti, non potendo fare altro che rilevare strumentalmente gli ormai impercettibili segni di vita della moribonda. Uno dei familiari decide allora di assicurarle l’estremo Sacramento da cattolica osservante, e corre alla vicina parrocchia a chiamare il prete. Quel sabato pomeriggio il parroco è impegnato e lo indirizza al viceparroco. Anche questo è immerso in improrogabili attività, quali non è dato sapere: e lo rimanda al parroco con un ping-pong per nulla edificante. Il familiare, soffocando in gola poco religiose considerazioni inadatte alla sacrestia ed alla triste circostanza, si accomiata veloce dai due indaffaratissimi prelati, esprimendo l’intenzione di rivolgersi per il pietoso ufficio ai Testimoni di Geova, che hanno la loro Sala del Regno a pochi metri di distanza.

Piccolo, insignificante episodio il cui macabro umorismo ci introduce ad una questione attuale. Posto che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana continua a perdere fedeli (non chiamiamoli clienti, pur avendo un certo “moderno” sentire religioso parentela stretta con tale concetto), sarà il caso – per le alte sfere ecclesiastiche – di chiedersi se i motivi dell’emorragia insistano nei richiami mondani della società, oppure nella poca disponibilità di alcuni in abito talare ad intercettare la voglia di sacro, di trascendenza, che la stessa società esprime. Quel “fumo di Satana” di cui parlava il Beato Paolo VI, dai palazzi vaticani non arrivi in periferia spinto da venti profani.

mercoledì 15 ottobre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 16 del 17 Ottobre 2014

La seconda vita di Pippi cazzafittaru
travolto da un luminoso destino nell’azzurro Mare Nostrum d’agosto

Alla non più tenera età di 40 anni Giuseppe Gabriele*, operaio edile, rimase disoccupato. L’impresa in cui lavorava fallì su istanza di implacabili usurai, banche ed Iniquitalia; già da tempo il titolare aveva alienato i beni intestandoli a prestanome e richiesto la cassa integrazione per le sue maestranze. Così l’esperto intonacatore si era trovato dalla sera alla mattina nell’impossibilità di coniugare pranzo e cena per la famiglia e per sé. Senza sbocchi di lavoro se non occasionali e sottopagati, “Pippi cazzafittaru” (affettuosa ‘ngiuria tra amici e parenti) decise di inventarsi una nuova vita ed emigrò in Libia. Qui Giuseppe Gabriele divenne Youssuf Jibril el Katzafit, profugo siriano e musulmano osservante. Imbarcato senza documenti con altri cento su un peschereccio, traversò l’invitante Mare Nostrum e fu accolto a Lampedusa con tutte le cure del caso dagli addetti alla fiorente industria dell’immigrazione, laici e cattolici, civili e militari: in media 3 per ogni profugo. Nell’isoletta venne opportunamente indottrinato sui suoi diritti – sussidio giornaliero, sigarette, scheda telefonica per chiamare casa, “vitto alloggio lavatura e stiratura” – ma soprattutto gli vennero indicate chiaramente l’organizzazione religiosa e la parte politica cui avrebbe riservato eterna riconoscenza con pensieri, parole ed opere. Per sua maggior fortuna, diventò anche il toyboy di una matura esponente di primo piano della gauche caviar, che volle condividere con lui tetto e letto in nome dell’accoglienza politicamente corretta ed in virtù di una sua dote anatomica su cui preferiamo non indagare. In quei giorni “Pippi cazzafittaru”, al secolo Giuseppe Gabriele, alias Youssuf Jibril el Katzafit convertito ad Allah il Misericordioso, comprese che lui ed i suoi non avrebbero più avuto problemi di sussistenza.
E vissero tutti felici e contenti. Esclusi noi, meschini contribuenti, che rimasimo senza nienti.



* nome di fantasia