sabato 13 luglio 2013

Il Galatino anno XLVI n° 12 del 12 Luglio 2013

Senza titolo

Giorno per giorno ci siamo abituati al peggio, con un processo che ricorda molto la mitridatizzazione. Assumiamo la nostra goccia di veleno quotidiano che ci rende insensibili al degrado. L’ultima di cronaca racconta la storia di un vecchio fermato alla guida di un’auto con un faro spento. Il 71enne reagisce alla multa con un’esclamazione sempre più condivisa dai cittadini-sudditi, e che qui riporto – letteralmente – edulcorata: “Italia, paese di crema al cioccolato!”. L’anziano guidatore avrà pensato che sarebbe stato preferibile girare in città armato di machete e menare fendenti a destra e a manca, per finire affidato alle premurose cure dei servizi sociali. La legge qui è uguale per tutti, o quasi, ma si può interpretare, piegare alle infinite sfumature della pedagogia dell’accoglienza obbligatoria e politicamente corretta, declinare in arabo, swahili e cinese mandarino, tranne che nella lingua di Dante. Ed è così che l’Italia risorgerà, “più bella e più superba che pria!” “Bravo!” “Grazie!” (citazione dell’indimenticato Nerone petroliniano).


Lettori e Direttore carissimi, è stato un privilegio farmi leggere da Voi. Sarebbe bello che l’avventura de Il Galatino continuasse, anche con cadenza mensile, anche solo on-line. La nostra Città ha più che mai bisogno della cultura latu sensu che i nostri giovani portano con fierezza e profitto, in quell’ “altrove” che offre loro le opportunità di vita qui assenti.

lunedì 24 giugno 2013

Il Titano, giugno 2013

Si parva licet

Il pantografo è lo strumento che consente di riprodurre in scala disegni e testi. Si può ingrandire o rimpicciolire – mantenendo le proporzioni – un’immagine od una frase.
Un immaginario pantografo ricrea in loco lo scenario di disfacimento nazionale. La Fiera è morta come l’economia locale. Ma privata del suo Ente Fiera in liquidazione, parte dell’imprenditoria galatinese reagisce in maniera commovente e lodevole, arrangiando al meglio possibile una manifestazione, nello stile frugale dell’Italia impoverita dall’eurocrazia. A mente fredda sarà il caso di interrogarsi sull’opportunità di coinvolgere a suo tempo nell’Ente altri soggetti pubblici e privati che nessun interesse avevano se non quello di distribuire poltrone e stipendi ed, in prospettiva, favorire la crescita di altri eventi minori ma politicamente protetti. Chiudiamo l’inciso.

Un encomio ed un grazie a coloro che hanno voluto a tutti i costi questa manifestazione, perché i Galatinesi non perdano memoria di quella Città che un tempo era il fulcro della capacità imprenditoriale salentina, e degli Uomini che l’hanno fatta prosperosa.

venerdì 14 giugno 2013

Il Galatino anno XLVI n° 11 del 14 Giugno 2012

Arrivederci, dammi la mano e sorridi

“C’è un tempo per tacere ed un tempo per parlare”, ci ammonisce il Qohelet. Cari Lettori, caro Direttore, è il momento di pensionare Pasquino Galatino. Bisogna tacere e riflettere sullo stato delle cose.
Questa ignobile imitazione di democrazia, finzione patetica per ingannare il popolo “sovrano”, mostra il suo vero volto che è quello dei manganellatori del sindaco di Terni, dei No-Tav e della gente di Sicilia contraria al MUOS.
Il paese è allo stremo, immolato alle banche usuraie ed all’Iniquitalia dei furti (di case) con destrezza; la classe politica, la più incapace e corrotta che mai paese moderno abbia subìto. Svuotato di decoro e potestà, il Parlamento è una caserma per mercenari al soldo delle lobby nazionali e principalmente straniere, le stesse che innalzano ed abbattono governi fantoccio in funzione del proprio tornaconto. L’intangibilità della malavita partitica viene assicurata anche grazie alla benevola distrazione di una parte del potere giudiziario, moderno Ponzio Pilato della trattativa Stato-mafia e dei molteplici conflitti d’interessi irrisolti. La carta costituzionale, questa Madonna Pellegrina di ogni processione laica, è destinata ad un uso che qui si omette per decenza, proprio da chi per primo avrebbe il dovere di difenderla e rispettarla. D’altronde il tizio de quo, succeduto a sé stesso e quindi ubriaco di potere - per evaporazione del controllo popolare della democrazia -  infierisce su questi superflui governo e Parlamento con la sua ubriachezza molesta.
Allora taccia questo fastidioso grillo parlante, nei giorni in cui altri e più famosi grilli hanno smesso di frinire in piazza, preferendo complottare nelle stanze ovattate dell’ambasciata americana di via Veneto: come un qualsiasi Mariuolo, come un qualsiasi Enrichetto-bello-de-zio che vadano a succhiare il latte al seno di mamma Obama e tata Merkel.
Naturalmente i media a libro paga occultano, mistificano, tutto dicono tranne la verità vera del presente disastro, ridotti come sono a laudatores del regime. Perciò ognuno di noi è chiamato alla sua responsabilità di interpretare i fatti, meglio informandosi via web. Spegniamo i televisori, non leggiamo i quotidiani: sono lautamente finanziati per tenerci buoni. E come dice l’antico adagio, “Aprimu l’occhi, ca cu li chiudimu nun bole nienti”. Buona fortuna a tutti noi, ai nostri giovani in particolare.

giovedì 30 maggio 2013

Il Galatino anno XLVI n° 10 del 31 Maggio 2013

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani

Costretti ad una opzione, scegliamo – in maggioranza – di omologare il nostro al Pensiero Unico. È comodo e rassicurante non sforzarsi di interpretare gli avvenimenti in una sequenza di causa-effetto, uniformandosi al mainstream del politicamente corretto. Proporre – anche timidamente, con le accortezze lessicali/semantiche che non offendano la sensibilità sui temi sociali dell’interlocutore “democratico” – logiche ispirate al caro vecchio buonsenso (che vocabolo stantìo, che tanfo di muffa), significa guadagnarsi la fama di eccentrico ed anticonformista, quando va bene. Di norma gli scaffali del mercatino dell’antiquariato ideologico offrono poi una vasta esposizione di bollature, dall’intramontabile “razzista” – adatto ad ogni occasione – a “reazionario”, “fascista” e, per chi provenga da manu mancina, “tardo-leninista” (che fa tanto scintillante Lib-Lab). Se a qualcuno interessasse, ne ho una ricca collezione messa su negli anni, che cedo a prezzi di realizzo. Astenersi perditempo.
Dire che in Italia sia in atto un colossale esperimento di ingegneria demografica, una vera tabula rasa, è mettersi contro la scuola di pensiero imperante e perciò stesso “giusta”. Emigrazione giovanile/intellettuale verso nazioni del nord Europa dalle economie più dinamiche ed attraenti grazie all’usurocrazia della “tedesca” BCE, conseguente depauperamento del tessuto sociale in specie meridionale, immigrazione dal terzo mondo di masse non scolarizzate, a basso costo di lavoro ed alta prolificità, sono parte di un gigantesco progetto di mutazione antropologica (culturale, in particolare) di cui si può solo intuire la trama e la portata ma non ancora pienamente l’obiettivo finale: però qualche sospetto l’abbiamo. I fatti sanguinosi di Londra e Milano, le rivolte nelle periferie della civilissima Svezia e nelle banlieue parigine, dovrebbero costituire segnali d’allarme evidenti per occhi che vogliano guardare un poco in prospettiva sull’opportunità di una tale politica in un paese che, a 153 anni dalla cosiddetta unità, è unito solo dalla lingua, forse neppure. Disfatta l’Italia, si disfacciano gli italiani. Si tralasci, ma solo per brevità, il dramma della separazione di milioni di esuli dalle loro famiglie e dalla patria. Per migliaia di questi, il costo di un solo F35 basterebbe per scuole, ospedali e posti di lavoro.

“L’Europa avrà bisogno di 50 milioni di immigrati”. Enunciata da un gerarca della Germania nazista, la teoria avrebbe avuto una sua perversa logica: mobilitare schiavi utili alla costruzione del Reich millenario. Il programma scaturisce invece dalla boccuccia giudiziosa di un ministro della repubblica bananiera, tale Emma von Bilderberg. E, Dio bonino!, qui ci fermiamo, impietriti da cotanto “illuminato” ingegno.

venerdì 17 maggio 2013

Il Galatino anno XLVI n° 9 del 17 Maggio 2013


Società in evoluzione?

Abbiamo ispirato gran parte del nostro ordinamento giuridico al diritto romano. La cittadinanza romana con i suoi doveri e privilegi, all’inizio riservata ai cives nati nell’Urbe, venne estesa nel corso dei secoli anche alle popolazioni dei domini assoggettati a Roma, tanto da consentire a non romani di ricoprire la carica di imperatore. Si creò una delle prime società multiculturali e multirazziali della storia, la cui forza divenne poi instabilità e causa stessa di disgregazione. Diversamente da Atene dove persino un ateniese, ma di padre o madre non cittadino, era incluso tra i “meteci” e non godeva di tutti i diritti riservati al πολιτης (polìtes, cittadino). Tralasciamo quindi la considerazione in cui nella città di Pericle venivano tenuti tutti gli altri, “inferiori” per nascita e censo. Quando alcuni politici moderni dicono di rifarsi all’idea di democrazia ateniese, non sanno di cosa parlano e dimostrano la loro ignoranza.
La cittadinanza romana concedeva diritti e prevedeva doveri. Tra questi, l’obbedienza alle leggi dello Stato, rigorose ed imparziali con tutti, ed il riconoscimento implicito del loro valore morale. Questo noioso preambolo mi piace sottoporre alla Vostra attenzione, nei giorni in cui un ministro donna di colore, posto come l’inevitabile ciliegina politicamente corretta su una torta-governo mal riuscita, afferma di disprezzare la società che l’ha accolta, le dà lavoro e la eleva ad una importante carica istituzionale; in cui la cronaca ci riporta fatti di sangue con protagonisti extracomunitari clandestini, oggetto di decreti plurimi d’espulsione, e vittime innocenti; in cui infine, a Brescia, si tiene una manifestazione di sostegno ad un leader, contro la giustizia che lo sottopone a processo, e vi prende parte il vicepresidente del consiglio.
Mi interrogo, alquanto perplesso, sul tipo di società che viene imposta, senza possibilità di scelta, a questa colonia. Ho un’idea ben precisa del fine e dell’obiettivo che si vuole raggiungere con l’imposizione del modello americano di “cittadinanza”, ma lascio ad ognuno il giudizio.

venerdì 26 aprile 2013

Il Galatino anno XLVI n° 8 del 26 Aprile 2013


Cronache minime di vita romana

Lacrime, abbracci e sospiri nella “Casa da Sora Giorgia”, in un vicolo presso via Nazionale: va in pensione la vecchia maitresse, una segaligna napoletana di famiglia sabauda. Una vita da esperta professionista in giro per le “case” poi – come spesso accade – la decadenza fisica le ha imposto il meritato riposo ed il cambio di ruolo. Dapprima operatrice sul campo, ha concluso la carriera coordinando il lavoro altrui: nel compito discreto e confidenziale di coniugare le preferenze di una variegata clientela (dal rozzo militare americano dell’esercito occupante, al banchiere sordido che paga solo in dollari, dal mafioso dai capelli unti di brillantina all’adolescente brufoloso alla prima esperienza) con l’organizzazione della “casa”. Ma lei ha saputo accontentare tutti, trovando per ognuno la giusta compagna occasionale. “Sora Giorgia, è libera Silvia?” – “Sora Giorgia, c’è ancora Massimina Fufù? Oppure Pierluigia, o Matteuccia?” – “Sora Giorgia, vorrei in coppia l’Umberta e la Roberta, quelle due varesotte tanto carucce… che, me le dispone per mezz’ora?”. Insomma, un tranquillo via-vai di ragazze e clienti.
Oggi è il giorno dell’addio. L’anziana tenutaria non mostra – almeno in apparenza – nostalgie e debolezze. “Sora Giorgia, perché non restate ancora un po’, almeno sino all’arrivo della nuova Madame?” – “Dai, sora Giorgia, che vi costa? Ancora qualche mese, non possiamo fare a meno di voi!”. Ed alla fine, anche il cuore indurito della compassata maitresse, rotta a tutte le esperienze,  si lascia commuovere dai lacrimoni delle ragazze – scendono copiosi sciogliendo il trucco pesante – e ci ripensa. Resterà ancora, per il bene della casa e per l’affetto e gli insondabili segreti che la legano alle signorine.
Fuori dalla casa chiusa, Roma è il solito brulicare di umanità miserabile, vittima e complice della guerra perduta.

L’articolo è contenuto in un giornale romano datato 28 settembre 1945, rinvenuto in una soffitta. La legge Merlin era ancora lì da venire

giovedì 11 aprile 2013

Il Galatino anno XLVI n° 7 del 12 Aprile 2013


“Bonus” io, boni tutti

Esiste un’eletta schiera di persone il cui tenore di vita non risente della crisi. Non parliamo della classe politica perché siamo certi di aver stancato col ripetere le stesse giaculatorie, ma soprattutto perché per dire qualcosa di realmente nuovo sui “nostri amati” – esaurito il florilegio di improperi a disposizione di chi scrive –  dovremmo inventare un glossario appropriato. Ci collochiamo idealmente con quei tifosi che a S. Siro esibivano lo striscione “Non sappiamo più come insultarvi”. Perciò si faccia avanti un epigono del futurismo, un Marinetti della parolaccia, e ci munisca di nuove armi verbali, quelle note essendo inadatte a tanto degrado.
No, stavolta parliamo invece degli happy few che prosperano comunque, “o chiove o tene”. Sono gli altissimi manager pubblici e privati, un empireo di eccelse teste – nel senso di menti, non azzardiamo paragoni anatomicamente impropri – quali mai si videro nell’universo mondo. Un esempio a caso. Abbiamo un ente – che sia ancora pubblico non v’è certezza, ma sarebbe lungo da spiegare – il cui compito è quello di raccogliere contribuzioni obbligatorie dai lavoratori attivi ed erogare assegni mensili a quelli in pensione. Oltre che provvedere ad invalidi e disoccupati. Bene, questo ente (participio presente del verbo essere, senza ironia) in più occasioni ha mostrato impeccabile rigore distribuendo pensioni di euro 2, dicasi due-virgola-zero-zero, causa trattenute pari all’intero assegno mensile, a persone che con quella somma dovrebbero vivere (?) e mantenere una famiglia per 30 giorni. Lo stesso ente (che pubblica bilancio attivo, viceversa sarebbe un deficit-ente) corrisponde al suo boss un emolumento annuo di 1.200.000 euro. Si aggiunga che il manager in questione siede – immaginiamo comodamente – in altri consigli d’amministrazione, per arrotondare il magro stipendio, come un qualsiasi impiegato che il pomeriggio svolga lavoretti extra.
Se appare quanto meno singolare un appannaggio degno del Maharaja di Jaipur in un Paese dove alcuni anziani si suicidano per miseria e disperazione, non saprei come definire il caso di quei dirigenti che intascano principeschi bonus alla fine dell’incarico. Vi chiederete: a missione compiuta? Non esattamente. I generosi ringraziamenti d’addio vengono corrisposti qualunque sia l’esito di gestione dell’ente o dell’impresa; per cui può accadere, ed è successo davvero, che un’azienda in picchiata (mai definizione fu più consona) abbia staccato un assegno da 3 milioni di euro a fine rapporto. Nome dell’azienda, Alitalia, nome dell’amministratore, Cimoli. Il quale anni prima aveva incassato altri 6 milioncini da una “ditta” notoriamente ben gestita, Ferrovie dello Stato. Ora, premesso che un nostro qualsiasi concittadino, anche il compianto Piripillì, se investito di quegli incarichi, li avrebbe portati a termine con almeno pari diligenza ed efficacia ma con minor esborso per le tasche dei contribuenti, mi si esenti da ogni commento: in famiglia mi hanno impartito buone maniere, non vorrei contravvenire proprio adesso.