venerdì 24 settembre 2010

Il Galatino anno XLIII n° 15 del 24 settembre 2010

In volo sul Salento
Si decolla da una pista dell’entroterra, con un piccolo aereo da turismo. Prendiamo quota veloci, tra uliveti verde scuro e masserie baciate dal sole, circondate da invadenti distese di pannelli fotovoltaici che, dall’alto, riverberano luce riflessa. Sorvoliamo una splendida collina ricoperta da macchia mediterranea e da una selva di tralicci radiotelevisivi e telefonici: come cipressi metallici, da Collepasso alti e schietti scendono a Tuglie in duplice filar. Dritti verso le spiagge, tra le Conchiglie e Rivabella: sotto di noi la piccola Abbazia di S.Mauro eretta in illo tempore sulla collina omonima, al centro di un brullo paesaggio dove l’asprezza del luogo è inaridita ulteriormente da incendi frequenti della bassa vegetazione. Ai piedi della modesta altura, un locale accorsato: a dimostrare che sacro e profano debbono convivere a forza. Più giù, proprio sul mare, la mano prepotente dell’uomo impone due enormi falansteri, incubi architettonici della fantasia megalomane di qualche oscuro progettista, cui la natura sarà apparsa ostile.
Siamo a fine stagione: qui il mare ha mutato il naturale verdeazzurro assumendo un colore giallo paglierino, simile a quello di certi campioni che, in contenitori di plastica, la mattina presto affidiamo al laboratorio analisi. Probabili cause, la presenza estiva di migliaia di villeggianti e la contemporanea assenza di depuratori.
Appena un minuto di volo tranquillo (c’è calma di vento) ed eccoci su Gallipoli, la greca “città bella”. Parliamo ovviamente del borgo vecchio sull’isola, avendo voltato lo sguardo a destra per ignorare un grigio palazzo di trenta piani costruito a ridosso di una fontana bimillenaria.
Dirigiamo nuovamente verso l’interno, descrivendo un semicerchio. Ciminiere alte svettano in lontananza, mamme premurose che assistono Galatina, Maglie ed i loro fratellini seduti intorno, Soleto, Corigliano, Sogliano, Cutrofiano. Purtroppo hanno la sigaretta in bocca queste madri snaturate; fumano in presenza dei figli, non hanno perso il vizio. E si guardano allo specchio, ne hanno molti intorno, piantati nel terreno a catturare forza dal sole, e togliere luce e vita alla vegetazione che sempre ha nutrito Terra d’Otranto. Tanta energia inutile producono questi specchi, ma tanti utili per anonime tasche settentrionali.
Ancora più in là, verso l’Adriatico, distese a perdita d’occhio di ulivi secolari, autentici patriarchi vegetali; e tra loro, come intrusi in famiglia, lunghe teorie di pale eoliche. Queste muovono le braccia con lentezza, quasi per salutare da lontano qualcuno che parte. Forse turisti che tornano a casa ubriachi di pizzica e mieru, forse i nostri giovani studenti e lavoratori che vanno a cercare fortuna ed a crearne per altri.
Scendiamo dolcemente. A terra le ferite inferte al nostro Salento sembrano scomparire.

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