sabato 6 dicembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 20 del 5 dicembre 2014

Ultime dal fronte

Domenica pomeriggio dopo una settimana di lavoro intenso: ho davanti a me la pagina bianca di “Word”, mentre il Direttore aspetta con una commovente, mal riposta fiducia, il consueto pezzullo che avrei dovuto inviare già venerdì. Il termine perentorio è tacitamente ma infruttuosamente slittato al sabato, ed ora eccomi qua senza un barlume di idea.
Scartato il tema “politica locale”, argomento che altri hanno a cuore e sviscerano con maggior cura, dovizia di particolari e soprattutto robustezza di stomaco, non resta allora che occuparsi della parabola discendente del Masaniello contemporaneo: quello che una figura retorica di facile effetto detta paronomasia, descrive come precipitato in questi giorni dalle 5 stelle alle 5 stalle (e così abbiamo dimostrato anche di saper consultare Wikipedia). Al qual personaggio dedicammo qualche tempo fa una nostra poesiola, poi copiata e stravolta da altri con effetto grottesco. Transeat.
Il comico-ortottero ha creato e guidato sinora con piglio dittatoriale – e menomale che vorrebbe rappresentare la vera democrazia – un movimento nato alternativo al regime dei partiti. Ma, come il Masaniello originario che, cooptato a palazzo per sedare la rivolta popolare da lui capeggiata, poi assunse i vezzi e le follie dei nobili che voleva esautorare, anche questo suo moderno epigono genovese mal reagisce alle critiche della sua stessa base. Proprio vero che il potere dà alla testa. Dopo le epurazioni dei parlamentari ribelli alla rigida disciplina del movimento (persino il parlare con i giornalisti è sottoposto a permesso), ora Grillo annuncia il ritiro ed affida la sua creatura politica ad un direttorio ristretto di “fedelissimi”, una specie di guardia d’onore del “capo”.

Non mi illudevo che la novità politica degli ultimi anni potesse scardinare il sistema, anzi la vicenda mi rafforza nella mia idea che il riscatto del nostro Meridione non possa passare per vie istituzionali.

sabato 29 novembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 19 del 28 novembre 2014

Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’Arno

Le ultime intercettazioni giudiziarie scoprono che i nuovi affiliati giurano fedeltà alla ‘ndrangheta sui nomi di Garibaldi, Mazzini e La Marmora, guappi della retorica risorgimentale e miti onnipresenti della toponomastica, insieme a Vittorio il vittorioso. E – notizia in apparenza scollegata – in questi stessi giorni il premier dall’insuperato Q.I., ovvero quoziente d’inaffidabilità, viene in visita pastorale in Terronia (e già, scende a tosare il suo gregge) ed afferma senza ombra di rossore in viso che il Meridione, dall’unità, ha subito danni incalcolabili. Apprendiamo con stupore questa “inedita” rivelazione, dalla stessa persona che in consiglio dei ministri destina il 90% e più dei fondi alle regioni settentrionali e che col famigerato decreto “Sblocca-Italia” concede alle multinazionali padane e straniere il definitivo via libera alle devastazioni petrolifere nel Sud, dove notoriamente non esiste inquinamento e si defunge di morte naturale in tarda età. La provenienza del giovanotto dal “Grandu’ato” dove visse e scrisse il Machiavelli, è indizio oggettivo del modus operandi e soprattutto governandi.

L’incongruenza tra ciò che annuncia e ciò che fa lo “statista” di Rignano sull’Arno mi esime dall’onere della prova di quanto dico, e cioè che non c’è iato nella politica nazionale nei confronti del nostro Sud: si continua oggi, similmente a 154 anni fa, a sfruttare e trasferire risorse umane ed economiche dal meridione alla tosco-padana. Ora, che la mafia – inesistente prima dell’unità, come affermava tra gli altri il povero giudice Chinnici –  e lo stato (comatoso) siano scesi a patti con reciproco vantaggio dal 1860 in poi, è cosa nota a molti. Anche a quelli che non hanno avuto accesso alle telefonate quirinalizie. Che questa entente cordiale sia la fonte battesimale delle fortune nordiste e dei problemi “sudici”, lo sanno ancora in troppo pochi. L’ignoranza (in senso etimologico) della nostra storia alimenta il potere del fascio dei partiti nazionali, nessuno escluso, e quindi è causa della nostra debolezza.

sabato 15 novembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 18 del 14 Novembre 2014

Vau de pressa*

Raccontano che una sera di alcuni anni fa, in un’autostrada urbana del nostro hinterland, teatro – come numerose altre – di improvvisate gare per auto e moto di serie, il rampollo di una nobile casata del luogo, giovenilmente vezzeggiando, andasse a stampagnare la propria utilitaria da 50.000 euro contro un palo dell’illuminazione pubblica, troncandolo di netto alla base e provocando un oscuramento del quartiere stile coprifuoco di guerra.
Dicono pure che, ancora fumanti gli airbag del veicolo proletario, si materializzasse un carro-attrezzi per rimuovere tanto i rottami dell’auto quanto i resti del lampione, mai più sostituito. E che il mattino seguente nulla restasse della gioconda collisione, neanche il buco nel marciapiede, alacremente riparato dagli gnomi, vulgo sciacuddhi.
Dimenticato in frettissima l’episodio, però gli abitanti del quartiere chiesero a gran voce che l’amministrazione ponesse rimedio con dei rallentatori a queste – non troppo gradite, per l’incolumità dei bambini e dei loro parenti – esibizioni virili di potenza, velocità ed abilità di guida. Corredando l’istanza con l’ampia casistica di incidenti accaduti o solo sfiorati.
Con i tempi fulminei della burocrazia, arriva dopo quasi un lustro la risposta del palazzo: si pongono in opera dei magnifici, colorati dossi “a segmento”, ingentiliti da una fighissima pista ciclabile che (mirabile coerenza) corre lungo i passi carrabili delle abitazioni del quartiere. Risultato: le corse si continuano a fare, di notte e di giorno, zigzagando con perizia rallystica tra i rallentatori. Si aggiunga che a pochi metri di distanza, ad un incrocio di scarsa visibilità, un segnale di stop risalente all’alto Medioevo vivacchia seminascosto dietro un grosso palo, forse scurnandosi della propria inutilità e vedovo della compianta segnaletica orizzontale.
Questo narrano gli abitanti di quella landa lontana (dal palazzo), questo Vi raccontiamo a mo’ di esempio. Fabula docet: noi di stirpe greca discepoli della logica aristotelica, noi che a quella uniformiamo idea e prassi, rileviamo pure che esiste un pensiero debole, un universo parallelo ed antitetico al nostro, che scandisce ritmi e modi della pubblica amministrazione.



* Per i non Salentini: vado di fretta 

sabato 1 novembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 17 del 31 Ottobre 2014

In articulo mortis

Luogo e tempo dei fatti: periferia galatinese, abitazione di edilizia popolare, qualche settimana fa. Una famiglia sta preparando all’ultimo viaggio un’anziana congiunta, con la maggiore dignità possibile. Gli operatori del 118, secondo etica professionale, assistono psicologicamente i parenti, non potendo fare altro che rilevare strumentalmente gli ormai impercettibili segni di vita della moribonda. Uno dei familiari decide allora di assicurarle l’estremo Sacramento da cattolica osservante, e corre alla vicina parrocchia a chiamare il prete. Quel sabato pomeriggio il parroco è impegnato e lo indirizza al viceparroco. Anche questo è immerso in improrogabili attività, quali non è dato sapere: e lo rimanda al parroco con un ping-pong per nulla edificante. Il familiare, soffocando in gola poco religiose considerazioni inadatte alla sacrestia ed alla triste circostanza, si accomiata veloce dai due indaffaratissimi prelati, esprimendo l’intenzione di rivolgersi per il pietoso ufficio ai Testimoni di Geova, che hanno la loro Sala del Regno a pochi metri di distanza.

Piccolo, insignificante episodio il cui macabro umorismo ci introduce ad una questione attuale. Posto che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana continua a perdere fedeli (non chiamiamoli clienti, pur avendo un certo “moderno” sentire religioso parentela stretta con tale concetto), sarà il caso – per le alte sfere ecclesiastiche – di chiedersi se i motivi dell’emorragia insistano nei richiami mondani della società, oppure nella poca disponibilità di alcuni in abito talare ad intercettare la voglia di sacro, di trascendenza, che la stessa società esprime. Quel “fumo di Satana” di cui parlava il Beato Paolo VI, dai palazzi vaticani non arrivi in periferia spinto da venti profani.

mercoledì 15 ottobre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 16 del 17 Ottobre 2014

La seconda vita di Pippi cazzafittaru
travolto da un luminoso destino nell’azzurro Mare Nostrum d’agosto

Alla non più tenera età di 40 anni Giuseppe Gabriele*, operaio edile, rimase disoccupato. L’impresa in cui lavorava fallì su istanza di implacabili usurai, banche ed Iniquitalia; già da tempo il titolare aveva alienato i beni intestandoli a prestanome e richiesto la cassa integrazione per le sue maestranze. Così l’esperto intonacatore si era trovato dalla sera alla mattina nell’impossibilità di coniugare pranzo e cena per la famiglia e per sé. Senza sbocchi di lavoro se non occasionali e sottopagati, “Pippi cazzafittaru” (affettuosa ‘ngiuria tra amici e parenti) decise di inventarsi una nuova vita ed emigrò in Libia. Qui Giuseppe Gabriele divenne Youssuf Jibril el Katzafit, profugo siriano e musulmano osservante. Imbarcato senza documenti con altri cento su un peschereccio, traversò l’invitante Mare Nostrum e fu accolto a Lampedusa con tutte le cure del caso dagli addetti alla fiorente industria dell’immigrazione, laici e cattolici, civili e militari: in media 3 per ogni profugo. Nell’isoletta venne opportunamente indottrinato sui suoi diritti – sussidio giornaliero, sigarette, scheda telefonica per chiamare casa, “vitto alloggio lavatura e stiratura” – ma soprattutto gli vennero indicate chiaramente l’organizzazione religiosa e la parte politica cui avrebbe riservato eterna riconoscenza con pensieri, parole ed opere. Per sua maggior fortuna, diventò anche il toyboy di una matura esponente di primo piano della gauche caviar, che volle condividere con lui tetto e letto in nome dell’accoglienza politicamente corretta ed in virtù di una sua dote anatomica su cui preferiamo non indagare. In quei giorni “Pippi cazzafittaru”, al secolo Giuseppe Gabriele, alias Youssuf Jibril el Katzafit convertito ad Allah il Misericordioso, comprese che lui ed i suoi non avrebbero più avuto problemi di sussistenza.
E vissero tutti felici e contenti. Esclusi noi, meschini contribuenti, che rimasimo senza nienti.



* nome di fantasia

sabato 27 settembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 15 del 26 Settembre 2014

La rizetta
Con sottile perfidia i colleghi, parlandone tra loro, lo chiamano Dottor Divago, per una sua certa nebulosità nelle diagnosi. Più volte i suoi pazienti hanno dovuto rivolgersi ad altri specialisti per conoscere l’esatta natura dei loro disturbi. Ed in qualche caso una provvidenziale polizza professionale ha curato con vile moneta danni fisici causati da imperizia. Può succedere. Del resto, anche il nostro è un letterato sui generis, un apprezzato scrittore di ricette con l’hobby dei corsi di aggiornamento in località esotiche – ospite delle multinazionali del farmaco – come altri che hanno pronunciato il giuramento di Ippocrate, ma che pure non disdegnano il culto di Afrodite.
Il suo studio associato segue comunque un elevato numero di assistiti, ed il Dottor Divago è quel dottore di famiglia che un tempo definivano massimalista. La ragione va cercata nel tratto gioviale e cameratesco che lo rende popolare, ma anche nella comodità che i suoi “clienti” trovano nel rivolgersi direttamente all’infermiera per le sole prescrizioni, evitando lunghe attese in ambulatorio. L’aneddotica dello studio, rivelata in camera caritatis dalla procace segretaria, è ricca di episodi esilaranti. “Dimmi, Totuccio!”: e Totuccio, villico di mezza età, fa per sbottonare i pantaloni ed esibire il punctum dolens davanti all’infermiera allibita. “Duttore, me uschia la cicala!”. “Non c’è bisogno, Totuccio, statti quetu. Prendimi una Ciolasan Complex prima dei pasti, per 7 giorni. Nah la ricetta”.
Questo è il lato divertente della sanità pugliese, che ci piace raccontarVi a modo nostro.

L’abominio Ve lo declama in rima baciata Nichi, con l’ode al ticket sulla chemioterapia. E così sia.

sabato 13 settembre 2014

Il Galatino anno XLVII n° 14 del 12 Settembre 2014

Quel motivetto che mi piace tanto

Per quanto possa tornare indietro con la memoria, ogni estate è legata al ricordo di una canzone. Si tratta in genere di motivi orecchiabili e dal testo poco impegnativo, con alcune eccezioni che hanno fatto la storia del costume e sono entrate nell’immaginario collettivo. In alcuni casi, le rotonde sul mare sono state lo sfondo di amoretti estivi che a fine stagione – neanche telefonando – hanno avuto un seguito più concreto e duraturo, come il sapore di sale scivolato via dopo la doccia.
Preambolo necessario alla ricerca di un motivetto – volgare come i tempi presenti – che possa dipingere in parole e musica l’estate appena trascorsa. Quella delle nudità esibite, delle città trasformate in enormi campeggi (con i problemi di igiene ed ordine pubblico conseguenti), delle risse in discoteca. Magari una canzoncina sguaiata, il cui tempo si possa ritmicamente associare alla ginnastica mattutina della spigliata coppia di Spiaggetta della Purità, immortalata dai passanti nell’esercizio di una pratica che  – secondo un mito maschile indimostrabile – sarebbe abilità peculiare delle emiliane.

E non diciamo, ovviamente, delle lasagne.