venerdì 28 ottobre 2022

Il Galatino anno LV n° 17 del 28 ottobre 2022

 

Come prima, più di prima

 

   È in carica il 68° governo, espressione della maggioranza della XIX Legislatura. La statistica afferma che la durata media dei governi repubblicani è compresa tra 13 e 14 mesi. Le prime dichiarazioni della neo Presidente del Consiglio ribadiscono la volontà di esercitare il mandato per i 5 anni di vigenza della Legislatura. Il pittoresco dibattito interno alla coalizione vittoriosa, precedente la nascita dell’esecutivo, non induce però a condividere tanto ottimismo.

   La differenza sostanziale con gli altri 67 gabinetti, absit iniuria verbis, risiede nel fatto che a presiederlo sarà una donna, per la prima volta nella storia italiana; è interessante constatare come l’evoluzione istituzionale non sia riuscita alle coalizioni di centrosinistra, che hanno sempre vantato la parità di genere quale punto qualificante e distintivo dei programmi elettorali. Rilevato questo, non si scorgono novità significative nella composizione “geografica” delle attribuzioni ministeriali. Oggi, come nel passato prossimo e remoto sin dall’Unità, la rappresentanza settentrionale occupa la maggioranza degli incarichi, quelli più prestigiosi. In particolare, resta saldamente in mano padana il Ministero delle Finanze. Del titolare entrante di quel dicastero omettiamo di ricordare le furbizie ai danni dell’economia meridionale in favore del Nord: avendo voglia e dotandosi di non comune robustezza di stomaco, si può forse ritrovarne traccia nelle cronache di questi anni, soltanto nella residua stampa libera.

   Chi scrive ha condotto una breve ricerca che non ha pretese di rigore scientifico, anche perché in continuo aggiornamento: indagine riguardante la presenza di ministri meridionali nei governi della Repubblica. Con buona approssimazione ma non lontano da dati definitivi e dimostrabili per tabulas, si può affermare che il 34% della popolazione meridionale (statistiche 2019) è stato rappresentato solo da 15 Presidenti del Consiglio (22% dei 68 totali); in questi esecutivi la percentuale di ministri provenienti dalle regioni del Sud ha oscillato dal massimo del 48% nel governo Colombo (nel lontano biennio agosto 1970-febbraio 1972, ma con molti dicasteri meramente onorifici e senza peso politico) al minimo del 4% nell’esecutivo Renzi (febbraio 2014-dicembre 2016). In media, la rappresentanza ministeriale del Sud si è attestata al 20% in meno rispetto al dato demografico, molto spesso in ruoli di seconda fila.

   Ciò che più risalta in queste cifre, aride ma altrettanto significative, è il totale di politici meridionali che hanno guidato i ministeri economici, ossia i centri di spesa. Una pur sommaria ricognizione mostra ciò che è evidente, solo che lo si voglia notare. I dicasteri economici sono stabilmente nelle mani degli esponenti settentrionali, che rappresentano poco più di 45 italiani su 100 (2019), dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica (biennio 1992-1994, Amato-Ciampi-Berlusconi I) in poi. Così come a suo tempo i fondi del piano Marshall di aiuti postbellici statunitensi vennero dirottati in massima parte nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova, allo stesso modo il PNRR è già stato massicciamente destinato al Nord, sottraendo con forzature contabili-amministrative-legislative (grazie ad una interpretazione “capricciosa” ed estensiva della riforma del Titolo V della Costituzione) ciò che la volontà comunitaria europea assegnava al Sud Italia con fine perequativo. È bene ricordare che istituti di ricerca economica nazionali ed europei affermano senza mezzi termini che il divario di sviluppo tra le macroregioni italiane è andato aumentando ininterrottamente dagli anni ’70 in poi ed è di gran lunga il maggiore a livello comunitario. Una, ma non la principale, delle conseguenze di questa peculiarità tutta italica è il calo demografico meridionale dovuto ad emigrazione per cause di lavoro e denatalità.  

   Non voglio tediare. La mia opinione personale è che nel governo Meloni, come nei precedenti, la presenza di esponenti politici sudici (simpatico neologismo padanleghista) sia una formalità necessaria a fornire all’esecutivo la parvenza di una pluralità regionale pressoché del tutto assente. Nihil novi sub sole.

   Anche stavolta non si disturbi il manovratore. Mi correggo: la manovratrice.

sabato 15 ottobre 2022

Il Galatino anno LV n° 16 del 14 ottobre 2022

 

Dice la gente

   Per cospicua che sia un’eredità, non custodisce in sé la causa efficiente della sua conservazione e del possibile suo incremento, in assenza di oculata gestione. Tale il terreno di famiglia (anche se benedetto da terra grassa e fertile) che fruttifichi solo quando il coltivatore vi abbia dedicato cure quotidiane e, più ancora, perizia.

   Osando un sillogismo, è possibile applicare il paradigma alla politica. Un governo in scadenza di mandato affida il prestigio acquisito all’esecutivo subentrante. È nell’abilità di quest’ultimo mantenere o accrescere quel patrimonio morale con misure che, essendo pubbliche, sono valutate da un giudizio geograficamente circoscritto, quando riferito ad un’amministrazione locale, o invece di respiro internazionale nel caso del governo di una Nazione; apprezzamento che deriva in modo non esclusivo dai provvedimenti adottati, ma anche dalla reputazione del soggetto preposto a deliberare. È il cursus honorum di ogni singolo componente di un esecutivo a conferire spessore all’azione politica, ed in definitiva a quotarne autorevolezza e credibilità.

   Chi succederà all’attuale governo è consapevole di non poter fare altro che portare a compimento un programma stabilito in centri di potere lontani da Roma, probabilmente ignoti al grande pubblico. Il Washington consensus e la benevolenza europea sono prerequisiti necessari ma non sufficienti: dare continuità progettuale sposando la visione geopolitica dell’attuale Presidente del Consiglio, piaccia o no all’elettorato della maggioranza nata il 25 settembre, è un’opzione senza alternative e soprattutto dimostrazione di responsabilità ed acume.

   Si parva licet, anche giovarsi delle idee di chi ha preceduto nell’incarico, apprezzandone implicitamente le capacità, in attesa dell’elaborazione di progetti originali, quando e se concepiti, è indice di intelligenza: virtù politica plasticamente comprovata dalla giostrina sfarzosa riproposta in piazza.